MONTAGNE 2000 |
LA MAESTA' DELLA NOTTE
E' il regno del silenzio inviolato, il dominio
dell'ombra e del crepuscolo quello che Fabio Maria Linari attraversa e contempla
in questo recente, febbrile ciclo di paesaggi montani, di grandi fogli che sono
vedute o piuttosto visioni d'un metacosmo alpestre, rupestre e oscuro; un universo
che è forse cifra del suo destino e che certamente ha i medesimi colori del mare
natìo, in una sinfonia di blu di Prussia, di lapislazzuli, di verdi fondi, di spenti
ori veneziani, di rosa carnicini, in una timbrica incantata fusione dai toni sublunari
che èvocano le atmosfere wagneriane, le vette «rocciose e selvagge» del Walhalla
e della Walchiria, lo scenario silvestre del Parsifal e del Tannháuser, la geografia
epica con «i caratteri della montagna».
Non per niente, il luogo - ideale e mentale, archetipo e mitico da cui -il pittore
è partito per questo suo grand tour postromantico nell'attualità del sublime e del
meraviglioso sono le cave di marmo delle Apuane, cioè il luogo del primordio solenne
ed elettivo, dell'abbraccio fra due infiniti, del grandioso connubio fra due eterni,
fra terraferma e pelago. Qui infatti, il mondo petroso e bianco della giogaia alpina,
della verticale quinta minerale e geologica, della gran massa granitica e immota
delle «Alpi gelate e nevose» ammirate da Petrarca pare compenetrarsi con l'incessante
mutevolezza orizzontale del mondo marino e tirrenico, al quale Linari - ligure e
nomade - assegna una dimensione segnatamente metaforica, liminare, oracolare.
Quella di Linari è una poematica perlustrazione en plein air di dorsali e catene,
di picchi e pareti viste di scorcio, dall'alto al basso, secondo una visuale solo
apparentemente mobile ma che ha invece la fissità d'un volo lentissimo e sospeso,
un volo immobile nel vento algido dell'alta quota e dell'imbrunire; una ripetitività
prospettica, un'essenzialità architetturale e compositiva che argomentano quasi
un rituale iniziatico dell'occhio e della conoscenza.
A una contemporaneità che ha eroso e mortificato la nozione stessa di sublime -
quell' «altezza» della mente e dell'anima che gli antichi Greci chiamarono hypsos
e dalla quale scaturì la stessa modernità Linari reagisce accogliendo di buon grado
la sfida di rivisitare il pittoresco, misurandosi con l'esortazione di Leonardo
da Vinci che fonda il "genere" del vedutismo: «Adonque tu, pittore mostrerai nelle
sommità de' monti li sassi».
Così, le amate vette toscane, della Cisa, del Grignone, ma anche delle montagne
Orobiche e del Tirolo, divengono per Linari non soltanto l'habitat del mistero,
l'ultimo altare di un'infinitudine «naturale» residuale e in ritirata dal nostro
presente, bensì soprattutto il pretesto per un lavorio congeniale, solitario, pacato
ma volitivo nel fare pittura, per uno sprofondamento e transito, senza riserve sentimentali
né garanzie di mestiere, dentro la vocazione primaria del colore e dell'immagine,
nella manualità e sensualità di una stesura che ha i tempi dilatati di un'azione
magica, dove la singolare liquidità dell'olio, liquescente quasi come acquerello,
si fonde in perfetta osmosi col pastello; un pastello che viene a sua volta sbriciolato,
sfarinato e scaldato dai polpastrelli dell'artista, dall'incessante amoroso accarezzamento
della carta fino a divenire tegumento,trama e testura, fino a far corpo, a farsi
tutt'uno col supporto, quasi coprendo il nero del foglio come manto vellutato, come
bruma serotina.
Queste carte, scelte fra molte, documentano una morfologia pittorica che implica
doti oggi rare di freschezza e controllo, di istinto e regìa, un dinamismo segnico
e gestuale, in una sorta di personalissimo neopointillisme materico e sperimentale,
dove il sapiente contrasto fra la luminosità del giallo Napoli e del bianco di zinco
da un lato, nonché la fonda ombrosità della Terra bruciata mescolata col nero d'avorio
dall'altro, accende struggenti alte luci, profondità d'orizzonte fra montagne a
volte vertiginose e piramidali, altre volte dolci e stondate, ma sempre celebrate
come sacrali gobbe del mondo, perché scrive Thomas Steams Eliot - «sulle montagne
ci si sente liberi». Nel voyage pittoresque di Linari, in questo suo ultimo aggiornato
e maturato linguaggio pittorico osserviamo indubbiamente convivere linee di sangue,
retaggi certificabili, dominanti e fatalmente destinati a incontrarsi in un temperamento
franco e predisposto al sublime e al gesto di prima intenzione: la linea per così
dire veneto-manierista della grande scuola italiana, quella per intenderci dell'ultima
e ormai dissolta pittura di Tiziano e Tintoretto, del Greco, di certo vedutismo
e rovinismo settecentesco - da Guardi, a Magnasco, a Piranesi - fino al Goya «nero».
E c'è poi l'ascendente espressionista, sia italiano che nordico-tedesco: Viani e
Sironi. ma soprattutto Munch, Nolde, giù fino ai fatidici Anni Ottanta di Fetting
e Lupertz, e alle sontuose cosmogonìe in pittura d'un Kiefen Ma soprattutto, sullo
sfondo del lavoro di Linari resta il DNA ligure, la lingua e la poetica del Tigullio-
fra divisionismo e simbolismo - l'indimenticabile lezione coloristica d'un Merello,
con la sua magistrale, musicale gamma di verdi e di blu, e l'opera del padre, quel
Giacomo Linari la cui lunga pittura ebbe davvero il respiro del mare.
Questi paesaggi di Linari, queste sue scenografie della natura vivono in una dimensione
di silenzio: vi ascoltiamo solo il sussurro del vento che annuncia la notte ineluttabile,
la maestà leopardiana della notte, l'esito necessario di uno sguardo portato al
centro delle cose e della nostra attuale condizione di uomini; un tributo, certo,
allo smarrimento e all'inquietudine ma anche alla serena, salda e ontologica eternità
del creato, sia pur osservato da una prospettiva periferica, volutamente incerta.
Un punto d'osservazione faticoso quello di Linari, ma che ci restituisce ancora
nella pittura la mistica meraviglia evocata dalle parole di John Ruskin e dai suoi
taccuini di montagna: «Grandi cattedrali della terra, con i loro cancelli di roccia,
pavimenti di nuvole, cori di torrenti e pietre, altari di neve, e volte piene di
porpora attraversate da una seminagione di stelle ... ».
Domenico Montalto